Sezioni
   
LA STORIA
LA CUCINA
INCONTRIAMOCI
MONUMENTI
 
 

I primi anni dall’annessione all’Italia non furono facili da superare, carenti erano le strutture sanitarie e scolastiche, la fame e la povertà erano accompagnate da malattie, in particolare la pellagra, che solo a San Vito nel 1881 aveva colpito 1250 persone.

Verso la metà del secolo le manifatture locali hanno conosciuto un periodo di espansione, dell’epoca sono le case operaie a schiera del filatoio Zuccheri. Nel 1875, divenuti insufficienti i locali dell’antico ospedale dei Battuti, la sede ospedaliera trovò localizzazione nel sobborgo di Taliano. Sul finire del secolo veniva anche realizzata la strada ferrata da Portogruaro a Casarsa e agli inizi del novecento il troncone per Motta di Livenza.

Con l'entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio del 1915, iniziò un periodo di carestie e miserie. A San Vito le truppe austriache entrarono il 5 novembre, quando molti sanvitesi si erano già allontanati, l’Amministrazione comunale in esilio si insediò a Firenze. Numerosi i saccheggi e le requisizioni di foraggi, bestiame, stoffe, metalli. Molti furono i morti anche per le epidemie di vaiolo, tifo e l’influenza spagnola. Con la ritirata di Caporetto, molti nobili, commercianti e artigiani si ritirarono oltre il Piave, mentre i contadini rimasero, vivendo tra difficoltà e miseria.

Molto attive a San Vito furono le leghe bianche, nel febbraio del 1920 fu costituita la sezione mandamentale di San Vito. Queste erano di ideologia cattolica e trovano nei contadini i principali aderenti. Sorsero anche le leghe rosse, di matrice marxista che fecero presa sui disoccupati e operai. Numerose furono le manifestazioni di piazza che culminarono nella primavera - estate del 1920.

Con il regime fascista iniziò un nuovo periodo di violenze, aggressioni e spedizioni punitive. Tra le varie conseguenze è utile ricordare l’abolizione del Consiglio comunale.

La politica fascista si consolidò e condusse all’entrata in guerra, che fu tragica per gli alpini della Julia. Nonostante la dura occupazione tedesca, dopo l’ 8 settembre '43, la maggioranza dei giovani sostenne l’antifascismo.

Il 30 aprile 1945 San Vito viene liberata.

Finita la guerra la situazione dell’Italia si presentava quanto mai grave, e per il Friuli la situazione era ancora più drammatica. A San Vito numerose erano le case in condizioni igienico - sanitarie precarie, da molti sono ricordate le baracche di Ligugnana. La disoccupazione, il malcontento, i furti hanno tormentato San Vito nel dopoguerra.

In questo momento prende corpo il movimento popolare per l’applicazione del " lodo De Gasperi".

Ben descrive Pier Paolo Pasolini in "Il sogno di una cosa" le manifestazioni, le proteste di piazza e l’occupazione dei palazzi nobiliari.

La popolazione agricola cercò nuovi inserimenti nel mercato del lavoro locale ed estero. Molti furono gli emigrati all’estero, il movimento proseguì per tutti gli anni cinquanta, e diminuì successivamente sostituito dal pendolarismo verso l’area pordenonese. Chiusero alcune attività come la filanda.

San Vito vide nel dopoguerra una fiorente stagione culturale, basti pensare a nomi come Augusto Culòs (1903-1975), Luigi Zuccheri (1904-1974), Italo Michieli (1907-1976), Virgilio Tramontin (1908), Federico De Rocco (1918-1962) nelle arti figurative e Pier Paolo Pasolini (1922-1975) nella letteratura e infine va citata l’accademiuta di lenga furlana.