Il quattrocento vide notevoli trasformazioni, tra le quali il crollo politico del patriarcato di Aquileia e la supremazia della Repubblica di Venezia in Friuli. Tra le importanti figure che hanno in questo secolo animato la stria del nostro paese, si deve ricordare Antonio Altan, nata a San Vito agli inizi del XV sec, che nel 1434 assunse l'arcidiaconato d’Aquileia. Dal 1420 San Vito stette sotto il diretto dominio dei Veneziani.
Con l’accordo stipulato , nel giugno del 1445 dal patriarca Mezzarota con la Repubblica Veneta, San Vito dopo 25 anni ritornò sotto il dominio temporale del patriarca. San Vito fu così sottoposta ad una sovranità mista: al patriarcato rimase il dominio sui luoghi e una rendita annuale, mentre a Venezia spettarono i diritti d’obbedienza degli abitanti, in guerra e in pace, e l’ordinamento della difesa, oltre alla vendita del sale. Anche se in parte limitata, la giurisdizione del patriarca su San Vito continuò fino alla morte dell’ultimo patriarca Daniele Delfino (1762).
La comunità vide riconosciuti dalla Repubblica i suoi statuti e cominciò un periodo di espansione, ci fu un notevole sviluppo architettonico, artistico e culturale. Tra gli artisti vanno citati: il pittore Andrea Bellunello, e più tardi Pomponio Amalteo, lo scultore Pilacorte, e infine alcuni maestri di grammatica. In questo periodo sorsero il campanile, la loggia comunale, la chiesa domenicana di San Lorenzo accanto al convento anch’esso in costruzione, Palazzo Altan-Rota, Palazzo Fancello e la già citata la chiesa dei Battuti.
I primi decenni del cinquecento furono caratterizzati in Friuli da rivolte contadine, dalla persistente minaccia della peste e dei Turchi, dalla guerra tra Arciducato d’Austria e Repubblica Veneta. Sempre in questi anni, per volontà patriarcale veniva riformato il mercato, come si evince da due documenti; l’uno del 1503 informa che il mercato che si teneva nei sobborghi veniva trasportato all’interno delle mura, l’altro del 1505 che il mercato doveva farsi il venerdì anziché domenica, usanza tuttora non estinta. Durante questo secolo il patriarca Marino Grimani fece costruire la torre Grimana e lo stradone che dalla torre portava a Savorgnano. Fece poi circondare con le fosse la zona di San Lorenzo e abbellì e ampliò la piazza che assunse la struttura attuale.
Dalla metà del cinquecento nel centro tenne banco di pegni una comunità di ebrei, che verso la fine del secolo diciassettesimo ottenne un terreno in affitto da adibire a cimitero, situato poco prima della località Torrate.
Tra i personaggi illustri che vissero in questo periodo bisogna citare P. Sarpi (1552-1623), autore dell'opera famosa: Istoria del Concilio di Trento. Si sostiene che il famoso teologo e uomo politico sia nato a San Vito, dove infatti è ancora ubicata la sua casa, in una via a lui dedicata.
Vennero pubblicati, verso la fine del XVI secolo, i nuovi statuti della comunità che introdussero la nomina vitalizia anziché elettiva, e tolsero la carica di podestà e la rappresentanza contadina. Il consiglio risultava ora composto da 18 cittadini e 18 popolari in vita, al posto di 6 cittadini, 6 popolari, 6 contadini.
Nel 1630 una disastrosa epidemia di peste colpì le popolazioni rurali, con la conseguente crisi dell’agricoltura e il calo delle attività commerciali, anche per la perdita di ruolo della Repubblica di San Marco.
A San Vito sorse nell’ aprile del 1704 un Capitolo Provinciale di Domenicani, e nello stesso anno si desiderò anche avere un monastero femminile, che fu possibile con la venuta delle suore della Visitazione. Ebbe così inizio, in quegli anni la fabbrica del monastero della Visitazione (1710) e della attigua Chiesa (1719) , ad opera delle monache salesiane venute da Annecy.
E' interessante ricordare come la popolazione sanvitese abbia sempre desiderato avere degli istituti da educazione, che trovarono realizzazione.
Nel 1751 il papa Benedetto XIV soppresse il Patriarcato d’Aquileia. L’ultimo patriarca, Daniele Delfino, conservò il titolo di patriarca e la giurisdizione feudale su San Vito e San Daniele sino alla morte avvenuta nel 1762.
Il patriarca Daniele Delfino amava tener residenza nel Castello di San Vito, e molte furono le premure che egli aveva verso il nostro paese. A sue spese eresse il nuovo Duomo che venne consacrato nel 1751. Inoltre per dimostrare l’affetto che nutriva nei confronti della nostra comunità , ordinò con il suo testamento, che il suo cuore fosse sepolto nella Chiesa delle monache della Visitazione.
Con la morte del patriarca San Vito passò sotto il diretto governo della Serenissima Repubblica di Venezia, la quale concesse alla comunità di eleggere il proprio capitano e di avere nuovamente il diritto di essere presente nel Parlamento del Friuli. Successivamente vennero riformati gli statuti della Comunità, che furono svuotati della rappresentanza popolare per fungere da organismo dell’aristocrazia e della nascente borghesia. I responsabili della Repubblica di Venezia fecero demolire il palazzo patriarcale e togliere dai luoghi pubblici le iscrizioni lapidarie che potevano ricordare il dominio patriarcale.
Fra i personaggi sanvitesi che vissero in quest’epoca va citato il sacerdote Anton Lazzaro Moro, educatore e maestro di cappella che pubblicò nel 1740 " De crostacei e degli altri marini corpi che si trovano su monti", in cui espose la teoria della formazione delle montagne.
Nel secolo XVIII sorsero numerose residenze signorili con annessi parchi e grandi complessi agricoli come "Casabianca", sorta per iniziativa dell’imprenditore tessile Linussio.
Nell’ultimo periodo veneto San Vito conobbe un certo sviluppo, il centro era considerato il terzo del Friuli, dopo Udine e Cividale, aumentarono la bachicoltura, il commercio le attività manufatturiere.
Nel 1797 il governo veneto aveva termine ad opera dei Francesi. Nel gennaio dell’anno seguente, con la cessione del veneto all’Austria, truppe austriache entravano in San Vito. Tuttavia, nel 1805 la cittadina ritornava sotto il dominio francese, sino alla costituzione della provincia asburgica del Lombardo –Veneto (1814). Gli anni della dominazione napoleonica furono caratterizzati da interventi riformatori. Vennero aboliti molti privilegi nobiliari e cessarono gran parte dei diritti di tipo feudale, furono soppresse alcune congregazioni religiose e si applicò il nuovo codice civile.
Nel 1814 l’Austria riprese possesso del territorio, cercò di risollevare economicamente la zona e di attuare opere socialmente importanti. Vennero costruiti nuovi fabbricati agricoli ed ampliati quelli esistenti nel sobborgo Tagliano, in Magredo, in Fontanis, in Borgo di Favria. Merita essere ricordata la costruzione del cimitero intorno al 1820, progettato dall’architetto Lodovico Rota.
Nel 1848-49 i moti che scossero in tutta Europa le grandi dinastie furono presenti anche a San Vito, guidati dal conte Gherardo Freschi. Nel 1866 San Vito fu congiunta all’Italia, e nei decenni successivi rimase una grosso centro agricolo, che pian piano perse importanza, soprattutto rispetto a Pordenone che si andava industrializzando.
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